I cortocircuiti della post democrazia

  • pubblicato in: Agorà
  • 24 novembre 2014

di Michele Sorice

(Europa, 9 ottobre 2013)

 

Il concetto di postdemocrazia è stato usato spesso da giornalisti e commentatori politici e in Gran Bretagna è servito ai conservatori per contestare Tony Blair. Minore invece l’attenzione del mondo intellettuale, eccettuati ovviamente scienziati politici e studiosi di comunicazione. Il concetto di postdemocrazia, invece, è uno di quelli che meriterebbe maggiore considerazione, anche per la sua capacità di coniugarsi in maniera complementare ad altre nozioni: dalla democrazia del pubblico di Manin, alla controdemocrazia di Rosanvallon, fino alla raffinata elaborazione di Morlino sulla qualità della democrazia.
Nato da un primo nucleo costituito da un articolo pubblicato nel 2000 su Fabian Ideas (pubblicazione della Fabian Society), il libro di Colin Crouch ha avuto la sua prima edizione proprio in italiano (Postdemocrazia, Laterza, 2005) e questo forse non stupisce, considerando che Forza Italia viene indicato come esempio di partito postdemocratico.
Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che la postdemocrazia sia l’esclusivo risultato dei mass media e “dell’ascesa degli strizzacervelli o degli errori personali dei politici” perché questo significherebbe “ignorare che si stanno verificando processi ben più profondi”. L’idea di fondo di Crouch è che la postdemocrazia non sia costituita da una svolta antidemocratica ma, al contrario, che essa si radichi proprio dentro una cornice formale pienamente democratica: “mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore – e oggi in qualche misura sono anche rafforzate – , la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.
Lo spostamento complessivo dall’azione di government a quella di governance, con un’accresciuta attenzione sul tema dell’efficienza esecutiva, tende a svuotare di senso il ruolo dei parlamenti, a enfatizzare il valore della leadership esecutiva e a provocare una caduta di centralità del valore dell’eguaglianza. Un rischio, quest’ultimo, evidenziato più volte anche da Nadia Urbinati e da Donatella della Porta. Colin Crouch individua diversi snodi importanti nella delineazione del concetto di postdemocrazia. Ne segnalo quattro.
Il primo risiede nella relazione fra liberalismo e democrazia. Una vulgata un po’ approssimativa ha affermato la coincidenza fra società liberale e democrazia forte. Crouch individua invece qui un primo cortocircuito: la tendenza all’eguaglianza (tipica della democrazia) e le “libere opportunità” del liberalismo tendono a entrare in conflitto, spesso a vantaggio delle seconde sulla prima. Crouch insiste molto (e giustamente) sulle relazioni fra perdita di centralità del welfare state e ruolo dei partiti.
E qui siamo al secondo snodo. I partiti hanno perduto la loro base di militanza a favore di una crescente professionalizzazione della politica; quest’ultima richiede sempre più denaro, che oggi può essere assicurato solo dal ricorso a capitali privati. Si assiste così al passaggio dal protagonismo di militanti e simpatizzanti alla centralità dei sondaggi d’opinione e di leader mediaticamente efficaci.
In altre parole – e qui siamo al terzo snodo concettuale – l’azienda diventa il modello istituzionale per eccellenza. Con alcune importanti ricadute, come quella riguardante la perdita di credibilità della politica e di fiducia nei governi. Crouch evidenzia molto bene come negli anni Venti e Trenta lo Stato fu indispensabile contro la crisi, dal momento che il mercato “può non essere in grado di stimolare da solo la ripresa”. Le dottrine neoliberiste, però, avendo dichiarato incompetente lo Stato, si sono avvitate in un loop senza uscita. Crouch lo scriveva più di dieci anni fa: significativamente molte di quelle posizioni sono state riprese da economisti come Krugman e Stiglitz, che certo non sono marxisti.
Il quarto snodo riguarda quella che Crouch chiama la commercializzazione della cittadinanza. Il processo di mercificazione (commodification) ha portato dentro la sfera del mercato anche attività sociali che ne erano tradizionalmente tenute fuori. Col risultato di trasformare il mercato da mezzo a fine assoluto. Il processo di privatizzazione tende a trasformare le attività delle amministrazioni secondo logiche “acquirente-fornitore”.
Ma, argomenta Crouch, la componente eletta è ineliminabile anche nella democrazia capitalista, pena il crollo delle nozioni di Stato e della stessa democrazia. Ecco allora che “più si ha privatizzazione e applicazione del modello mercantile per l’erogazione del servizio pubblico (…) più si deve imporre il modello giacobino di democrazia centralizzata e una cittadinanza senza livelli intermedi di azione politica”. L’enfasi italiana sulla “democrazia diretta” (e significativamente non invece su deliberazione e partecipazione) appare così funzionale proprio a quel modello postdemocratico di commercializzazione della cittadinanza.

 

Gli uomini preferiscono la certezza all’incertezza. Ma l’opzione per la democrazia è precisamente un’opzione per l’incertezza rispetto agli esiti di ogni elezione, di ogni voto.

Albert Hirschman