Perchè i corpi intermedi servono ancora

  • pubblicato in: Agorà
  • 11 dicembre 2014

Lui si chiama Matteo Trapani, è Segretario Provinciale di Pisa dei Giovani Democratici, attualmente sta terminando il dottorato di ricerca in giustizia costituzionale e teoria dei diritti fondamentali, è Responsabile delle riforme istituzionali e giustizia per i Giovani Democratici, ed oggi interviene nel nostro blog per parlare di corpi intermedi e della loro funzione in relazione alla democrazia. 

 

di Matteo Trapani

Gli elementi costitutivi dello Stato sono da sempre stati individuati nella sovranità, nel popolo e nel territorio.
In periodi storici in cui il fermo bilanciamento e la necessaria interconnessione tra i tre elementi costitutivi risultavano prodromici e naturalmente orientati, lo stesso patto costituzionale rappresentava non solo la base sulla quale poggiare il viver democratico, ma ancor di più la conditio sine qua non, e difficilmente si sarebbe potuto agire nel potere pubblico.
Basti pensare alla convinzione in capo agli stessi Costituenti, secondo cui un Parlamento che avesse emanato una legge incostituzionale sarebbe stata una rara eccezione e, come tale, la stessa statuizione della Corte avrebbe costituito un annuncio tombale sulla sorte della legislatura. Non è utile ripercorrere l’evoluzione dei giudizi sia in via incidentale che in via principale ad oggi pendenti davanti alla Corte e quelli già decisi. Basti tenere a mente che la stessa legge elettorale, cioè quella legge che lega il rappresentato al rappresentante, quella legge che più di ogni altra caratterizza il circuito democratico e la capacità di garantire la continuità degli organi costituzionali, è stata dichiarata incostituzionale e, secondo la maggior parte dei costituzionalisti, lo stesso Parlamento, che per di più rappresenta poco più della metà del popolo, è carente di quella legittimazione necessaria, data per l’appunto dal rispetto dei principi costituzionali, per modificare quel “patto che ci lega”.
Non è mia premura soffermarmi oltre su tali aspetti, ma ho ritenuto necessario farlo perché, affinchè si possa riflettere fugacemente sul ruolo dei cosiddetti “corpi intermedi”, è necessario tastare il polso delle istituzioni e della loro tenuta democratica.
Il Professor Cheli, recentemente, ha affermato che l’iter delle riforme dovrebbe essere non solo invertito, quindi ristabilire dapprima una etica pubblica e solo successivamente approvare un sistema di leggi che la preservi e accingersi a riformare la Costituzione, ma altresì esteso allo spazio europeo, dal quale o si decide di progredire verso una maggiore democratizzazione delle stesse istituzioni, o è fondato il rischio che una ulteriore riforma costituzionale sia imposta fuori dal circuito della volontà popolare nazionale e senza un approfondito confronto delle forze parlamentari .
Così la crisi dei tre elementi costitutivi, accompagnata da una crisi economica globale, ha messo a dura prova non solo la partecipazione alla vita sociale dei cittadini ma anche la stessa partecipazione alla vita democratica. Bobbio, parlando di iato tra gli ideali democratici e democrazia reale, ha individuato nella persistenza delle oligarchie il tradimento della democrazia, di quella “promessa non mantenuta”. E’ la stessa persistenza del potere in mano a piccole élite, che ha come effetto, quello di ridurre le forme democratiche e di rendere inefficaci quelle ancora esistenti.
Il popolo ed il Sinedrio. Da una parte la rete, le primarie, i talk show; dall’altra il voto, l’impegno ed il confronto. Una democrazia che ratifica ed una democrazia che si oppone, si confronta, si mette in discussione.
Prendiamo come esempio l’evoluzione del Referendum costituzionale. Il suo valore oppositivo, frutto di una volontà di condivisione larga in relazione alle riforme costituzionali, rischia di diventare un strumento di ratifica plebiscitaria, addirittura se ci si impegna a farlo comunque, anche se la Costituzione detta un procedimento non per mera formalità ma per una scelta precisa e ragionata.
La velocità che guida il popolo. Quella subcultura che non trova spazio nell’art. 1 della Costituzione. L’uomo è cittadino e trova la sua massima ed intera rappresentazione nell’impegno, nel lavoro. L’uomo è cittadino in quanto non nasce nobile ma in quanto si nobilita con il lavoro, l’impegno, la partecipazione democratica. L’art.1 della Costituzione non rappresenta il principio lavorista, che ha già una netta previsione all’art.4, ma è il fondamento, la partenza e l’arrivo, di quanto i Costituenti dopo la Grande Guerra mirassero ad ottenere.
Così la Costituzione esalta il principio solidaristico, la sussidiarietà, il controllo reciproco tra poteri dello Stato, la vita democratica che non può non trovare massimo compimento “nei limiti della Costituzione” nelle stesse “formazioni sociali”, dove l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica ed economica del Paese è strettamente legata al dovere di svolgere una attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società, anche nelle proprie differenze culturali, sociali, territoriali, religiose.
Così è necessario oggi interrogarsi sullo stato di salute di tutti quegli enti intermedi, quelle associazioni e quegli enti territoriali che fungono da cerniera tra il cittadino e gli organi di governo nazionale.
Nel tempo proprio, questi luoghi, sono stati interpretati come la dimora delle discussioni, delle buone pratiche, del confronto e della sintesi, della sussidiarietà diretta e del contatto diretto col cittadino.
Oggi invece, alla luce anche degli interventi di riforma divenuti definitivi e quelli in discussione al Parlamento , vi è una forte tendenza a ridurre la frammentazione del potere in virtù di un accentramento in mano all’esecutivo.
In primis, Province, Regioni e Comuni, stretti tra i limiti di spesa, le riforme del loro assetto istituzionale ed organizzativo, la continua difficoltà di condurre la qualità della vita del proprio territorio a causa di una continua crescita del disagio sociale. Oggi, non ricoprono più quel ruolo centrale di governo del territorio, inteso come istanza più vicina ai cittadini che, non solo la Costituzione, ma la stessa legittimazione popolare aveva per anni sostenuto. La recente riforma delle Province porta con sè molti interrogativi. Per prima cosa, è necessario chiedersi se sia costituzionalmente orientata la scelta per cui un organo con funzioni pubbliche, al quale residuano ancora molte competenze in tema di scelte strategiche per il proprio territorio, debba uscire dal circuito della legittimazione democratica.
Tale interrogativo è necessario porselo anche rispetto alla riforma in discussione sul superamento del bicameralismo paritario. Riformare il Senato in modo che sia composto solo da rappresentanti regionali porta con sè moltissime criticità: rappresentanza delle minoranze, difficoltà da parte dei nuovi membri di ricoprire due incarichi senza dubbio impegnativi, sbilanciamento costituzionale di istituti come il referendum costituzionale ed elezione del Presidente della Repubblica, aumento del contenzioso Stato-Regioni. Questo anche per la mancanza di una commissione paritaria (presente nel sistema tedesco) che riesca a superare i dissidi tra le due parti. Tra le ciriticità, occorre ricordare l’ impossibilità di avere una posizione cosiddetta regionale da parte dei vari rappresentanti, oltte alla disomogeneità delle competenze affidate. Sicuramente una riforma del bicameralismo paritario è necessaria ma, forse, è ancor più necessario porsi come obiettivo quello di evitare, in tema proprio di riforme costituzionali, una eccessiva fretta riappropriandosi invece di quella lunga meditazione e confronto propria dei costituenti.
Se uniamo questo affievolimento dei poteri dei nostri organi costituzionali alla continua decretazione d’urgenza, al voto di fiducia, alla cosiddetta ghigliottina e all’extraparlamentarizzazione della discussione possiamo senza dubbio sostenere che quei pesi e contrappesi che limitavano il potere del governo, ad oggi, sembrano sempre più in discussione.
Ritornano così in mente le parole di Bobbio, prima riportate, secondo cui la democrazia ha delle promesse non mantenute.
Proprio nel 2013, la società finanziaria J.P. Morgan a pagina 12 del proprio report affermava che nelle Costituzioni dell’Europa del Sud vi sono troppi contrappesi che indicava nelle tutele eccessive dei lavoratori, nel ruolo delle opposizioni, nel controllo dei partiti e dei sindacati.
Tale affermazione è molto pericolosa, sopratutto se incluso nel report di una società finanziaria, ma pienamente in linea con quanto possa sostenere il mondo della finanza, dei mercati, quei centri oligarchici dove vigono regole proprie, fuori dagli schemi costituzionali.
Oggi gli stessi partiti e sindacati hanno perso il loro ruolo centrale vedendo venire meno i propri finanziamenti, la propria incidenza contrattuale, la propria natura di luogo di discussione e confronto, la propria essena di base della democrazia.
I partiti si sono nascosti il più delle volte dietro a leggi elettorali che permettevano loro di non scegliere, dietro a momenti plebiscitari che miravano a condurre masse e non a coinvolgere cittadini nella vita pubblica. Così hanno iniziato a perdere il loro ruolo di indirizzo seguendo sempre di più le esigenze comunicative, hanno iniziato a fare tutto meno che ricorpire il ruolo a loro affidato dalla Costituzione: luogo di associazione dei cittadini che concorre con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Nel tempo sono mancate del tutto leggi che regolassero il finanziamento ai partiti ed il relativo controllo, che li obbligassero ad adottare metodi democratici per la scelta della classe dirigente e leggi sul conflitto d’interessi. Tutto si è giustificato con l’accettazione di una presenuta etica pubblica che avrebbe potuto condurre da sola l’operato dei partiti. Nel tempo proprio le sedi decisionali hanno iniziato a prescidenere dalla volontà degli elettori e i partiti hanno iniziato a perdere il loro ruolo intermedio tra cittadini e istituzioni.
Al cittadino non rimane che affidarsi ad associazioni di settore che, anch’esse nell’impossibilità di incidere veramente su scelte governative, fuori dal sistema dei contrappesi forti, contribuiscono a manifestare come questo percorso si sia interrotto. La scomparsa dei corpi intermedi determina la fine di quel processo che portava con moto ascendente le istanze individuali, (sintetizzate nella collettività propria dei vari corpi intermedi di estrazione istituzionale, politica o sociale), verso gli organi decisionali apicali nazionali. Sulla qualità della nostra democrazia è necessario porsi ancora qualche interrogativo nella piena coscienza che la democrazia non vive di regole non controllabili ma di processi e percorsi che gli stessi cittadini, nel tempo, hanno deciso di compiere.

Il movimento elettorale ha una funzione certamente rilevante, ma non è l’unico né il più importante momento di una democrazia che si pratica anche nelle strutture associative, connesse ma anche in parte autonome rispetto ai circuiti della rappresentanza.

Donatella della Porta

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