Tra democrazia e lavoro, qual è il ruolo della politica?

  • pubblicato in: Agorà
  • 9 dicembre 2014

In attesa della lezione di venerdì 19 dicembre con Nadia Urbinati e Leonardo Morlino, si torna a parlare di democrazia e di uno dei temi più caldi di questo periodo, il lavoro. Andrea Raspanti, capogruppo di Buongiorno Livorno in Consiglio Comunale, è il primo, (ma non sarà il solo), dei politici locali ad intervenire sul tema nel nostro blog. Partendo dall’art.1 della Costituzione Italiana, Raspanti riflette su democrazia, crisi e lavoro, le relazioni che si creano e il ruolo che in tutto questo ha la politica. 

 

di Andrea Raspanti

Chi oggi, come me, sia invitato ad affrontare il tema del nesso tra lavoro e democrazia si trova nella situazione imbarazzante di dover innanzitutto giustificare il senso di questo accostamento, che a molti sembrerà forse ideologico. Non la pensavano così gli uomini e le donne che scrissero la nostra Costituzione e che vi inserirono, come primo articolo, una formula destinata a diventare la cifra della sua eccezionalità. Una formula, abusata poi fino allo svuotamento di senso, che però condensa una profonda consapevolezza storica: quella del ruolo giocato dal lavoro come strumento di emancipazione dallo stato di bisogno materiale nell’affermazione della democrazia. L’Italia, recita, è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Come a dire che senza il lavoro, inteso come produzione dei mezzi della propria autonomia dallo stato di lotta per la sopravvivenza, non si danno nemmeno quelle forme superiori di libertà che fondano una società davvero democratica. Come a dire che il piano materiale, quantomeno in ultima istanza, è determinante perché si realizzi la possibilità per gli esseri umani di non “viver come bruti”.
Date queste premesse, appare chiaro come ad ogni crisi occupazionale si profili il rischio di una crisi della democrazia, di un sistema di governo che si fonda sull’esercizio, non in contrasto con la pubblica utilità, della libertà individuale, e che riconosce ad essa indispensabile che le diseguaglianze tra i cittadini non si spingano oltre un certo limite e che nessuno debba lottare per la sopravvivenza materiale.

Cosa resta oggi, in piena crisi economica, di questa consapevolezza? Cosa della nostra Costituzione in un sistema economico sfuggito al controllo della politica e orientato dagli interessi di un’esigua minoranza della popolazione: l’1%? Cosa resta della democrazia in un sistema economico globale e finanziarizzato il cui obiettivo non è la produzione del massimo della ricchezza in termini assoluti ma soltanto in termini relativi e relativi, per di più, a una parte così ridotta della popolazione mondiale da essere quasi demograficamente insignificante?

Domande pertinenti, ma non sufficienti a impostare il discorso in modo corretto e, soprattutto, utile alla discussione che dobbiamo intraprendere se, come politici, vogliamo provare a dare risposte all’altezza dei bisogni che affollano i corridoi delle istituzioni e, sempre più spesso, le strade e le piazze.

Oggi assistiamo sempre più frequentemente al fenomeno di grandi aziende in buona salute che chiudono dall’oggi al domani stabilimenti nel nostro Paese per delocalizzare la produzione in regioni del mondo in cui minori sono i diritti dei lavoratori, assenti i vincoli ambientali, minore la pressione fiscale. Assistiamo ogni giorno alle vicende di lavoratori e lavoratrici che, a fronte di dedizione, capacità e puntualità, si trovano a perdere il loro posto, a dover prendere atto che la loro vita è assolutamente fuori dal loro controllo e, spesso, anche da quello delle istituzioni che dovrebbero tutelare i loro diritti. Possono impegnarsi quanto vogliono, possono fare tutto quanto è loro fisicamente possibile per rispondere a richieste sempre meno compatibili con la sicurezza e la salute, ma questo non li metterà al sicuro dal perdere il loro lavoro. Quello che con la mondializzazione del mercato e con la sua finanziarizzazione è entrato in crisi è il patto tra capitale e lavoro: se tu, lavoratore, ti impegnerai garantendomi profitto, io garantirò a te il tuo posto di lavoro, uno stipendio adeguato e una serie di diritti. A questo patto si era giunti grazie a un impegno diretto della politica dalla parte dei più deboli, cioè i lavoratori. Giacché un patto è tale se contempla una certa misura di equità tra i contraenti, la politica si era schierata dalla parte di chi nella trattativa aveva meno potere, in modo da riequilibrare il confronto. Parimenti, l’abdicazione della politica al suo ruolo regolatore databile intorno alla fine degli anni ’70 e giunta alla sua fase trionfale con Margaret Thatcher e Ronald Reagan ha prodotto la situazione attuale. Libero mercato lo chiamano, ma è un mercato gestito autoritariamente da grandi proprietà multinazionali responsabili del loro operato solo di fronte agli azionisti.

C’è qualcosa di meno democratico di non aver alcuna presa sul proprio futuro? Adam Michnik, che di regimi antidemocratici se ne intende, ha dichiarato in un colloquio con Christopher Hitchens che ciò che distingue la democrazia dai regimi non democratici è che la prima non prevede che tra le persone (o tra le organizzazioni e le persone) si stabiliscano rapporti di proprietà. Non è quello che accade in questi casi? Non sono le grandi corporation padrone del futuro dei loro dipendenti?

Non solo, questa situazione di precarietà produce un fenomeno pericolosissimo: la concorrenza sfrenata e al ribasso tra i lavoratori di tutto il mondo, una corsa all’abdicazione ai diritti faticosamente conquistati nel corso di molti anni e a prezzo di lotte e sacrifici. Una condizione di generalizzata guerra tra poveri che finisce sempre con lo scaricarsi sulle spalle del più debole trascinando verso il fondo del barile anche la cultura della responsabilità reciproca e della fratellanza. Senza la fratellanza, la forza centrifuga delle molteplici libertà, su cui si fonda la democrazia, difficilmente può essere contenuta e messa a frutto per l’interesse collettivo.

Senza la politica a fare da garante, frammentati e messi uno contro l’altro, i lavoratori e le lavoratrici si trovano con la loro vita al cospetto di potenze internazionali irraggiungibili. Cosa c’è di democratico in questa prospettiva? Come evitarla? Il modello di sviluppo affidato alle grandi economie di scala e alla capacità di assorbimento della forza lavoro da parte delle grandi proprietà globali fa ancora la caso della democrazia? Esiste un modo per legarle agli interessi dei territori e dei loro abitanti, di risvegliarne la responsabilità sociale verso le comunità che le ospitano e forniscono loro la forza lavoro? Possiamo farlo senza intaccare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ma anzi difendendo il loro diritto a partecipare la vita dell’azienda e aver voce in capitolo delle decisioni che ne riguardano il futuro? Possiamo fare del tutto a meno di loro? Qual è l’alternativa?

Queste sono le domande a cui, per amore della democrazia, siamo chiamati a rispondere, oggi.

Il movimento elettorale ha una funzione certamente rilevante, ma non è l’unico né il più importante momento di una democrazia che si pratica anche nelle strutture associative, connesse ma anche in parte autonome rispetto ai circuiti della rappresentanza.

Donatella della Porta

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