Il partito politico: «promessa non mantenuta» della nostra democrazia?

  • pubblicato in: Agorà
  • 5 gennaio 2015

Classe 1985, David Ragazzoni  si è formato in Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha trascorso periodi di studio e ricerca a Yale e alla Columbia University. Oggi prosegue il suo percorso in America al Department of Political Science della University of Pennsylvania. E’ stato relatore in convegni internazionali a Columbia (2012), Oxford (2012, 2013) e Berkeley (2014), è autore di numerose pubblicazioni in italiano e in inglese, con particolare attenzione alle teorie della rappresenza, dei partiti e della democrazia. Tra i suoi saggi pubblicati su riviste de il Mulino, “Carl Schmitt e Hans Kelsen: il problema della rappresentanza” (in Rivista di Filosofia, 2013), “Norberto Bobbio, cartografo della modernità (in Materiali per una storia della cultura giuridica, 2014), “Carl Schmitt e la sovranità fragile dei moderni” (in Iride, 2014). Oggi, parla nel nostro blog del rapporto tra democrazia e partiti politici. Ecco il suo punto di vista:

Partiti o fazioni?
Il partito politico è ormai da tempo al centro di un paradosso evidente. Accettato in modo pressoché unanime come elemento costitutivo delle democrazie odierne; strumento cruciale per veicolare le opinioni del popolo sovrano; canale indispensabile per portare le istanze dei cittadini e delle cittadine, secondo la formula ancora attualissima di Cesare Balbo e Marco Minghetti, «dalla piazza al Parlamento»: il partito politico è, al tempo stesso, un attore ambiguo e controverso del gioco democratico.
Se la scienza politica ancora oggi interpreta i partiti quali soggetti della competizione elettorale, la «rozza materia» della quotidianità democratica ne mostra spesso un volto diverso. Rapaci nell’esercizio e nell’accrescimento del potere acquisito, i partiti si dimostrano poco propensi a rivedere, all’interno delle istituzioni, la propria ontologica vocazione particolaristica. Da un simile punto di vista, il partito politico sembra costituire oggi la «promessa non mantenuta» per eccellenza dell’ideale democratico. Nella sua declinazione liberal-costituzionale affermatasi con le Costituzioni del secondo dopoguerra, esso recava in sé la promessa di una duplice missione: da un lato, quella, tutta politica, di esprimere le rivendicazioni non dell’intera cittadinanza ma di una sua parte soltanto; dall’altro, quella, istituzionale, di saper abdicare alla propria parzialità e perseguire – una volta giunto, attraverso il voto, all’interno delle istituzioni – l’interesse del demos nella sua interezza, facendosi, da scheggia e fazione, onorabile partito.
Nel 1920, nelle pagine ancora attualissime di Vom Wesen und Wert der Demokratie, Hans Kelsen paragonava i partiti a «fonti sotterranee che alimentano un fiume il quale esce alla superficie soltanto nell’Assemblea popolare o nel Parlamento, per poi scorrere qua in un unico letto» . Tuttavia, più che un solco comune per superare le proprie ottiche parziali, i corpi partitici sembrano spesso trovare nell’assemblea parlamentare il canale per rafforzare il particolarismo delle istanze, sfregiando, anziché ricomponendo, il volto del popolo sovrano.
Pertanto, i corpi intermedi di tipo partitico sembrano oggi segnare una involuzione incredibilmente deleteria rispetto a secoli di storia del pensiero. Per lungo tempo, infatti, i termini «partito» e «fazione» furono utilizzati come equivalenti: entrambi indicavano la versione secolarizzata di quelle sette che, prima dell’imporsi dello Stato moderno, avevano gettato l’Europa del Cinque e Seicento nello status naturae delle guerre civili di religione. Nei partiti odierni sembrano riaprirsi vulnera che la politica dei moderni pensava di aver definitivamente sanato; paiono riemergere antiche vocazioni che deformano, anziché consolidare, la fragile materia di cui si compongono le nostre democrazie. Sembra, cioè, che all’interno del più ampio «disagio» delle democrazie odierne, proiettate in un orizzonte «post-democratico» del quale la crisi dei partiti costituisce soltanto una delle molteplici fenomenologie, il travagliato processo che portò dalla costruzione razionale dello Stato moderno alla costituzionalizzazione dei partiti stia andando perduto. Sembra. Ma è effettivamente così?

Partiti e teoria politica: genealogia e implicazioni di un silenzio
È stata Nancy Rosenblum, docente di etica e teoria politica ad Harvard, autrice nel 2008 di un poderoso volume dal titolo On the side of the angels: an appreciation of parties and partisanship, ad aver sottolineato che i partiti, oggetto di studio sistematico da parte degli scienziati politici, passano del tutto (o quasi) inosservati nel mondo della filosofia e della teoria politiche, tanto in ambito europeo quanto in quello extra-europeo . Anche in Italia la riflessione teorico-politica sul ‘moderno Principe’ è stata carente e discontinua.
Nell’Italia del 1959 Sergio Cotta scriveva che «se gli studi sociologici e storici sui partiti si moltiplicano, [non si è] ancora accordata sufficiente attenzione alla storia dell’idea stessa di partito e al posto che tale idea ha avuto nello sviluppo del pensiero politico». Egli, cioè, individuava nello studio teorico dell’elemento partitico il compito di una nuova generazione di storici del pensiero, capace di cogliere in modo più sofisticato i fenomeni alla base della vita delle democrazie postbelliche.
Dopo Mario Cattaneo , è stato Luigi Compagna l’unico a dar seguito, almeno in parte, a un ambizioso progetto di questo tipo: nel 1987 egli dava alle stampe L’idea dei partiti da Hobbes a Burke (poi riedito nel 2008), nel quale tratteggiava il complesso rapporto, dalla metà del Seicento alla fine del Settecento, tra «la presunta o reale parzialità dei partiti» e la «necessaria imparzialità dello Stato» . Ma al di là di questo e analoghi lavori di Compagna e delle ricerche di Paolo Pombeni , è mancata per lungo tempo un’attenzione specifica alla categoria del partito da una prospettiva di teoria politica.
Questo silenzio ha di fatto facilitato il compito di quanti hanno voluto leggere nella crisi dei partiti uno dei sintomi più evidenti dell’avvento di una nuova fase nella vita delle democrazie moderne. È quella che Bernard Manin ha definito alla fine degli anni Novanta la «democrazia del pubblico», che Colin Crouch ha qualificato all’inizio del nuovo millennio «post-democrazia» e che di recente Jeffrey Edward Green ha indicato come «democrazia dell’audience» o democrazia «post-rappresentativa»: una democrazia, cioè, in cui le forme e gli istituti della rappresentanza vengono piegati ad uso e consumo di cittadini-spettatori che partecipano alla vita politica in forme passive, cursorie e/o plebiscitarie. Nell’ambito di una democrazia sempre meno rappresentativa e sempre più «in diretta» , pare non esservi spazio per la buona partigianeria politica, vale a dire per l’espressione ragionata del dissenso e per lo scontro autentico delle opinioni. Esiste soltanto la massa spettatrice e informe, il popolo monolite che acclama unanime il proprio leader senza esercizio alcuno del giudizio critico.
Ma una democrazia senza partiti, come aveva intuito Kelsen prima del tracollo di Weimar, non è democrazia. Di questo occorre essere consapevoli soprattutto in tempi come quello presente, in cui i venti dell’antipolitica e dell’antipartitismo soffiano congiunti. L’olismo che questi invocano – quello di una parte che si fa Tutto – è ancora più pericoloso del cattivo operato delle parti all’interno del Tutto. La medicina, in questo caso, sortisce effetti più deleteri della malattia che si propone di combattere. Non è facendo a meno dei partiti che si risolve la questione di quali debbano essere i compiti, e i limiti, dei partiti in uno Stato democratico. Occorre invece riflettere sul complesso rapporto tra democrazia, rappresentanza e conflitto – un rapporto di cui i corpi intermedi di tipo partitico costituiscono un attore fondamentale.

 

Partiti e rappresentanza
All’epoca dello Stato liberale monoclasse il problema della rappresentanza quasi non si poneva. La porzione di cittadinanza politicamente attiva nello Stato di diritto ottocentesco era quella fondata sul duplice criterio, già evidenziato da Rudolf Gneist, di proprietà e cultura. Per i padri del liberalismo ottocentesco, la rappresentanza politica era affidata esclusivamente a mandatari individuali, mai collettivi; i partiti si configuravano come organizzazioni elitarie di notabili che negli organi parlamentari si annullavano per lasciar spazio alle singole personalità. Si trattava, cioè, di una concezione fortemente individualistica ed elitista della vita politica, che utilizzava le istituzioni rappresentative per filtrare le rivendicazioni dal basso e che, con la memoria ancora viva dei movimenti rivoluzionari, guardava al «popolo» con diffidenza quando non con spavento come a una fonte sempre potenzialmente riattivabile di energia politica costituente.
Entro un contesto simile, i partiti erano considerati strumento di frammentazione, anziché di costruzione, della rappresentanza. Come mostrano i Discorsi parlamentari di Cavour, voce di spicco del liberalismo italiano, i partiti costituiscono «sette» e «fazioni» che il parlamentarismo di matrice liberale può tollerare al proprio esterno ma certo non all’interno delle proprie aule, là dove deve ricomporsi l’unità della nazione. Già agli esordi della nostra storia unitaria, cioè, l’assemblea parlamentare serviva a riaffermare il primato delle classi dirigenti che si reputavano protagoniste indiscusse del circuito rappresentativo e che guardavano ai nuovi soggetti titolari di diritti con mai sopiti istinti elitisti, efficacemente sintetizzati dal giovane Mosca: «[…] il numero delle persone capaci di avere un parere e una volontà propria è sempre lo stesso e non si accresce allargando il diritto al suffragio» . Occorrerà aspettare il secondo dopoguerra perché le democrazie restaurate dopo la tragica esperienza del monopartitismo legittimino pienamente il pluralismo dei corpi intermedi di tipo politico e leggano in essi uno strumento ineludibile di costruzione, anziché di distorsione, della rappresentanza .
Ma se oggi viviamo una stagione di fortissima recrudescenza di quell’antipartitismo che per secoli ha animato la storia del pensiero occidentale, qual è l’idea di partito che è andata in crisi? Si tratta, come ha spiegato di recente Marco Revelli , di una «tempesta perfetta» legata all’azione congiunta di molteplici fattori – dalla de-territorializzazione della rappresentanza all’infragilirsi della sovranità statuale, dal ruolo crescente degli interessi finanziari che irretiscono e condizionano la politica al superamento del paradigma fordista proprio della civiltà capitalistica del secolo scorso? O vi è anche qualcosa di più sostanziale, legato ai compiti cui i partiti (non) assolvono e, soprattutto, alla rappresentazione della democrazia che essi quotidianamente rappresentano?

I partiti e le rappresentazioni della rappresentanza
I partiti costituiscono una componente essenziale di quella «concezione minimalista» e neo-schumpeteriana del gioco democratico che costituisce la visione main-stream degli studi in materia di democrazia e che interpreta la competizione elettorale come cornice per la (s)elezione delle élites e per il rapporto tra domanda e offerta politiche. Non è un caso che uno dei principali studiosi americani di rappresentanza democratica, Adam Przeworski, abbia utilizzato a riguardo l’espressione «conflict without killing» , mettendo in risalto quello che a suo avviso costituisce il «miracolo» operato dai partiti: la regolamentazione pacifica del conflitto.
Tuttavia, come ha messo in luce Nadia Urbinati , un’idea della vita democratica quale competizione attraverso le forme del mercato elettorale presuppone un certo consenso su alcuni valori di fondo, primo fra tutti il rispetto assoluto delle procedure che regolamentano la dialettica politica. I partigiani dei diversi partiti devono avere cioè piena fiducia nel fatto che, quale che sia l’esito delle elezioni, vincitori e vinti lo accetteranno senza far precipitare il gioco democratico in un rinnovato status naturae. La capacità di mantenere ferma la distinzione tra bullet e ballot costituisce, da questo punto di vista, la premessa fondamentale di un’interpretazione procedurale della democrazia fondata sul pluripartitismo e sulla centralità dei partiti come associazioni che, muovendo da prospettive parziali, contribuiscono a illuminare versanti differenti dell’interesse generale .
D’altro canto, la rappresentanza politica non mira soltanto a una mera trasposizione del sociale nel politico attraverso i partiti. In modo ben più complesso, essa contribuisce a trasformare le identità politiche pregresse e a crearne di nuove, attivando un processo che mira a tradurre le molteplici istanze particolari in una grammatica politica comprensibile a tutti e da tutti fruibile. Al contrario, dunque, del dilagare selvaggio delle «fazioni» – incubo della politica degli antichi e dei moderni –, i partiti nelle democrazie moderne costituiscono gli strumenti di un processo di costruzione dell’interesse generale, non una sua declinazione escludente né una sua monopolizzazione ad opera di una parte soltanto. Da questo punto di vista, essi dovrebbero svolgere tre compiti diversi ma complementari: il primo è di natura etico-morale e riguarda il rispetto del dissenso; il secondo è di natura pedagogico-culturale e riguarda l’esercizio del pensiero e la formazione del giudizio; il terzo è di natura politico-sociale e consiste nel dar voce e corpo alle numerose identità, rivendicazioni e opinioni che pulsano nel ventre del popolo sovrano. Esaminiamo rapidamente questi tre compiti.
Sul piano etico e morale, una democrazia che prenda i partiti sul serio è inconciliabile tanto con una concezione patrimonialistica delle istituzioni – patologia assai evidente dell’ultimo ventennio della nostra storia politica – quanto con una declinazione aziendalista della vita partitica. Partiti che contribuiscano alla costruzione di una democrazia inter-partitica muovendo da una altrettanto solida democrazia intra-partitica contribuiscono a innervare di pluralismo lo spazio pubblico. In una democrazia fondata su partiti che non reprimono il dissenso ma che si fondano sulla battaglia tra opinioni, sul rispetto del pluralismo interno e sulla contendibilità delle cariche, i cittadini sono spronati a confrontarsi su questioni che possono essere particolari nella loro natura ma che sempre si confermano generali nelle loro implicazioni.
Sul piano culturale, i partiti nella loro forma migliore dovrebbero continuare a esercitare, certo in forma più contenuta, quel compito che essi già svolsero nelle democrazie di massa del secolo scorso: dotare la cittadinanza di un’opinione , stimolandone l’esercizio del giudizio politico e fungendo da «semplificatori» in merito alle questioni più complesse.
Infine, contribuendo a ricomporre interessi e opinioni su larga scala, essi rivestono un’importante funzione poietica sul piano sociale e politico: disegnano la fisionomia, in perpetua evoluzione, del popolo democratico, esprimendone le rivendicazioni e incoraggiando un processo di costante revisione dell’azione dei rappresentanti.
A questi tre compiti se ne aggiunge un quarto, di natura ideale ma non per questo meno importante. In una democrazia liberal-costituzionale i partiti vivono per realizzare la promessa democratica per eccellenza: l’intercambiabilità continua tra governanti e governati e la possibilità, dunque, per ciascun/a cittadino/a, di dare un giorno voce e corpo al popolo sovrano nelle sedi istituzionali.
Da qui, a mio avviso, occorre ripartire. Quella storia dell’«idea» di partito che Cotta auspicava nel ’59, che Compagna ha parzialmente scritto alla fine degli anni Ottanta e che Damiano Palano ha di recente rivisitato deve rimettere in connessione il partito politico nella sua forma idealtipica con quei compiti che nelle democrazie del secondo dopoguerra gli erano ascritti e cui ha poi progressivamente abdicato. Soprattutto, una rinnovata stagione di studi filosofico-politici sulla categoria «partito» deve saper risvegliare il «moderno Principe» a fronte dei suoi molteplici ed evidenti fallimenti. Perché ciò accada, è necessario rigettare tre pregiudizi di cui i partiti odierni sono vittima nella vulgata che li interpreta quale patologia delle nostre democrazie. In primo luogo, la parzialità non appartiene ipso facto al partito: i partiti costituiscono solo una delle forme attraverso cui la partigianeria politica ha storicamente trovato forma. In secondo luogo, difendere i partiti come elemento costitutivo della politica democratica significa anche far propria una specifica interpretazione normativa di che cosa sia la democrazia: il gioco democratico vive inevitabilmente di visioni parziali e della loro libera ed eguale concorrenza nell’agone politico, ma la parzialità non si esprime soltanto attraverso i partiti. Infine, i partiti non sono frutto di una generazione spontanea, ma il risultato di una scelta: la democrazia ha scelto di vivere per mezzo (anziché nonostante) i partiti.
Tre compiti da riconquistare e tre pregiudizi da rifiutare: questo le due coordinate entro cui mi auspico che una nuova riflessione sull’universo partitico possa svilupparsi.

Il movimento elettorale ha una funzione certamente rilevante, ma non è l’unico né il più importante momento di una democrazia che si pratica anche nelle strutture associative, connesse ma anche in parte autonome rispetto ai circuiti della rappresentanza.

Donatella della Porta

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