L’Islam è compatibile con la democrazia? di Renzo Guolo

  • pubblicato in: Testi
  • 9 gennaio 2015

Dopo i tragici fatti accaduti a Parigi, c’è una domanda che torna ancora una volta, dopo l’11 settembre, “l’Isalm è compatibile con la democrazia?”. Una volta chiarito che la”democrazia” non si esporta manu miliari come hanno propugnato i neo conservatori americani e l’amministrazione Bush , occorre chiedersi, che cosa è successo dopo le “primavere arabe?  Accanto al sequestro confessionale della politica e dello stato nazione, questo è ciò che fa il fondamentalismo islamista radicale, si assiste ad un ritorno, vedi Egitto, di vecchi regimi militari con forme di democrazia plebiscitaria, senza diritti civili e di libertà di espressione oppure all’ossimoro di Repubblica islamica dell’Iran, per non parlare delle autocrazie del Golfo il cui silenzio ha un peso rilevante in tutto ciò che sta accadendo. Dopo i fatti del 7 gennaio 2014, la Fondazione Memorie Cooperative, in questi giorni di dolore e lutto, propone la lettura del testo di Renzo Guolo “L’Isalm è compatibile con la democrazia?”. Lui è docente di Sociologia e Sociologia della religione nelle Università di Trieste e Padova, esperto dei fondamentalismi contemporanei, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, scrisse questo libro, ancora estremamente attuale, di cui oggi proponiamo la lettura. Perchè dalla risposta a questa difficile domanda, dipende forse l’esito dei rapporti tra Occidente e Islam. Ecco, che cosa dice sull’argomento, Renzo Guolo:

1. Islam e democrazia sono compatibili? La domanda è divenuta senso comune in Occidente
dopo l’11 settembre. E’ con l’emergere del terrorismo jihadista come attore globale che si afferma
l’idea della democrazia come unica via capace di evitare la deriva fondamentalista dell’Islam. E’ da
quel momento che la domanda diventa urgente e la risposta a tale interrogativo assume capitale
importanza.
Sino alle Twin Towers l’Occidente aveva affidato ai paesi musulmani alleati il contenimento dei
movimenti islamisti. Ma il crollo delle Torri mostra palesemente che questa strategia, nelle sue varie
versioni, è fallita. La democrazia appare allora agli occhi dell’Occidente come l’unico rimedio alle sue
esigenze di sicurezza e di stabilità: come prosecuzione della guerra con altri mezzi; come «arma»
decisiva per evitare che si giunga – secondo i classici canoni del paradigma di Thomas sulla «profezia
che si autoavvererà» – al sempre più evocato, e temuto, «scontro di civiltà». Di qui il rilancio del
dibattito su Islam e democrazia, sollevato con forza dall’ala «rivoluzionaria» dei neoconservatori
americani che teorizza l’esportazione della democrazia nel mondo islamico anche con la forza.

2. Ma l’Islam è davvero compatibile con la democrazia? E, posto che questa contaminazione
politica sia un’esigenza del mondo musulmano, che tipo di democrazia è esportabile in quel mondo?
Una democrazia intesa come mero processo elettorale o allargamento della partecipazione politica;
oppure come tessuto politico, giuridico, culturale, sociale fatto di diritti individuali e collettivi,
eguaglianza tra i generi, separazione tra i poteri, pluralismo, affermazione del diritto positivo? Una
democrazia illiberale o una democrazia liberale, per usare categorie care a Fareed Zakaria?
Nella prima ipotesi non paiono esservi ostacoli insormontabili. Processi graduali di apertura del
sistema politico sono in corso, con diversa intensità e grado di strumentalità, in quasi tutto il mondo
musulmano. Ma senza 1′acquisizione diffusa dei capisaldi della democrazia liberale il rischio, assai
elevato, è che in quel contesto culturale e politico possano nascere «democrazie senza democratici». E
che, sotto il nuovo dominio della «tirannia della maggioranza», si possano instaurare, in assenza di
istituti di garanzia e, soprattutto, di una cultura politica che li alimenti, nuove forme di autoritarismo.
Nella seconda ipotesi la questione si presenta assai più problematica: il ruolo della religione come
fonte del diritto, la disuguaglianza codificata tra i sessi, la tradizionale gerarchia ordinativa religionesocietà-stato,la delega piena al potere politico e 1′assenza di controlli, le modalità di risoluzione dei conflitti secondo la logica amico/nemico e il concetto di libertà, sono solo alcuni dei nodi da
affrontare perché la democrazia liberale possa affermarsi. Da questo punto di vista la strada che il
mondo musulmano deve percorrere sembra ancora molto lunga.

3. L’Islam e una religione «senza centro»: manca un’autorità gerarchica, come nella Chiesa
cattolica, legittimata a decidere ciò che è dogma o meno. L’Islam, come dicono i musulmani, è quello
che i credenti vogliono che sia. Il consenso della comunità è pur sempre una delle fonti del diritto.
L’assenza di un’autorità centrale ha permesso la nascita dell’«ortodossia deviante» islamista che
invoca il ritorno al modello profetico delle origini, anche sul versante politico, e nega legittimità a
quella Tradizione lunga dell’Islam che ha prodotto un certo grado di separazione tra religione e
politica. La storia del mondo musulmano è anche la storia della continua tensione tra modello comunitario originario e i diversi modelli storico-concreti che si sono affermati nella realtà. Non a
caso nel mondo musulmano, dopo la caduta dell’Emirato dell’Afghanistan del mullah Omar, esiste
un solo stato «islamico»: l’Iran. Anche se vi sono paesi tradizionalisti che applicano la shari’a, come
l’Arabia Saudita. Nella maggior parte dei paesi musulmani politica e religione sono separate da
tempo, sebbene i modelli politici cui essi hanno dato vita non siano del tutto laici e, tantomeno,
democratici. Tale separazione non si è infatti declinata nell’ultimo mezzo secolo, contrariamente a
quanto avvenuto altrove, nella nascita di nuove democrazie nel mondo islamico. Sono, invece,
proliferati i regimi autoritari: in particolare nel mondo arabo. Anche se in quei paesi hanno inciso
molto più le modalità con cui è pensato il Politico, che la particolare concezione del rapporto tra
religione e politica nell’Islam. Il processo di introiezione dei valori liberali nel mondo musulmano è,
comunque, ancora a livello embrionale.

4. Il vuoto costitutivo d’autorità può, però, paradossalmente, facilitare un discorso
musulmano sulla democrazia. Le idee camminano sempre sulle gambe degli uomini, e se una vasta
schiera di essi legittima una certa interpretazione del rapporto tra religione e politica un simile
sbocco ne viene facilitate. Ma Islam e democrazia possono diventare compatibili se il primo resta
solo fonte di ispirazione etica per l’azione di individui e gruppi nella società e non atto di
sottomissione alla sovranità divina; se, dunque, le sorti di politica e religione rimangono distinte; se la
religione, in quanto dimensione istituzionale organizzata, lascia maggiore spazio alla religiosità,
all’esperienza soggettiva di senso dell’individuo. Se, invece, l’Islam restasse, come nel suo mito fondativo,
una concezione totale del mondo cui ispirarsi per dare vita a nuove forme di stato etico,
allora la strada verso la democrazia tornerebbe ad essere accidentata.

Gli uomini preferiscono la certezza all’incertezza. Ma l’opzione per la democrazia è precisamente un’opzione per l’incertezza rispetto agli esiti di ogni elezione, di ogni voto.

Albert Hirschman

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