Perché i partiti sono necessari

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  • 14 gennaio 2015

 

di Nadia Urbinati

(Il Sole 24 Ore – 28/12/14)

La democrazia non può fare a meno dei partiti e, probabilmente, per questa ragione ha goduto di pessima fama, nel mondo antico come in quello moderno. Se infatti il bene comune ha un senso, come può non essere unanime e non stare prima della politica praticata? Su questa domanda i teorici settecenteschi della sovranità popolare (Rousseau in particolare) hanno combattuto lo spirito di parte, ovvero l’interesse generale come esito di una transazione di interessi e peferenze. La partigianeria sta, come si intuisce, in stretta relazione con la conta dei voti, un altro riconoscimento esplicito che non c’è consenso tra gli attori politici. Delle due l’una: o si rende la dimensione pubblica silenziosa e allora il voto può sperare di convergere verso l’interesse generale, oppure la democrazia è una procedura che presume e accetta il dissenso interpretativo e quindi lascia la riflessione sul bene generale alla trattativa e all’interpretazione partigiana. Regola di maggioranza e partiti sono inscindibili e hanno bisogno di un’arena pubblica aperta e libera. Prevedibilmente, la critica alla democrazia è critica di entrambi. L’antipartitismo è figlio di visione consensuali, idealmente unanimi, dell’interesse generale o perchè dedotte da un principio supremo di bene (la volontà generale, la terra, la razza, la divinità, ecc.) rispetto al quale la democrazia è solo mezzo, o perchè ispirate a un principio di razionalità semplice e univoca.
In questo eccellente libro, Russell Muirhead traduce queste riflessioni in un’analisi molto convincente sulla natura e la ragione dei partiti politici nella democrazia (con particolare attenzione a quella americana), e si guadagna il sostegno di Michael Sandel che lo mette tra i classici, insieme ai testi di Beer e di Schattschneider.
Allievo di Nancy Rosenblum, il cui libro del 2010 «On the Side of the Angels» ha fatto da battistrada al riscatto della partigianeria, Muirhead rovescia l’attacco contro i partiti non solo mostrando come essi siano coerenti con la procedura democratica, ma soprattutto rivendicandone la funzione civica ed educativa. Il partito politico non è un meno peggio dovuto alla debolezza umana (la difficoltà a ragionare come se fossimo angeli) ma invece condizione di pensabilità e di azione nello spazio della politica, una condizione non identificabile nè con l’ideale epistemico nè con l’aspirazione al potere nudo e totale. In questa cornice aristoteltica e arendtiana, Muirhead ritaglia lo spazio all’interpretazione partigiana dei principi condivisi. «Spirito di partito», per usare una felice espressione che fu di Lord Bolingbroke, è l’anima della partecipazione politica di liberi cittadini.
Lo spirito antipartito è la corrente corrosiva che circola oggi sotto l’ordine istituzionale delle democrazie (e che Muirhead esamina anche attraverso le varie specie di primarie che hanno cambiato la natura dei partiti americani). Esso può vestire panni insospettabili, come quelli ritagliati sui principi della democrazia deliberativa, l’espressione più accattivante della resistenza contemporanea alla politica partigiana. Secondo i teorici della democrazia deliberativa infatti lo scambio pubblico di ragioni pro e contro, se fatto con spirito sincero e non retorico, non può che cordurci ad abbandonare le identità partigiane. Muirhead ci mostra invece come più le lealtà partigiane si indeboliscono più scema l’interesse per le questioni pubbliche, e più i gestori del potere si fanno faziosi dei loro interessi o di quelli del ristretto gruppo di interessati al quale sono legati.
Lo spirito di partito nobilita la partecipazione larga assegnandole una sorta di imparzialità poichè chi si spende per una parte è disposto a farlo anche a costo di sacrificare interessi personali e privati. Se l’imparzialità comandata dalla legge può governare i comportamenti dei magistrati e dei funzionari pubblici dunque, è quella fondata su valori e idee di parte che può governare i cittadini e i loro rappresentanti. Partendo di qui le regole e la costituzioni sono onorate e interpretate. L’antipartitismo è pertanto una pessima ideologia per la democrazia che espelle dalla politica i cittadini ordinari e lascia in campo solo quelli che nella politica ci stanno per ragioni meno nobili di quelle di partito.
Li espelle insieme all’interpretazione non desiderata e al dissenso, che sono segni di interesse perchè noi in genere ci impegnamo a discutere e a dissentire per le cose a cui teniamo. L’indifferenza può stare senza partito, non l’attenzione del cittadino per le questioni pubbliche. Delega ai competenti e plebiscito di leader che a tutto provvedono sono i maggiori segni di declino dello sprito di parte che attraversa le società contemporanee e per correggere il quale Muirhead sostiene l’importanza della riabilitazione dello spirito di partito, una reintepretazione della politica come strutturalmente basata sul conflitto e che non considera l’antagonismo e il dissenso come segni sconfortanti di una crisi di stabilità e di governabilità del corpo politico.

Gli uomini preferiscono la certezza all’incertezza. Ma l’opzione per la democrazia è precisamente un’opzione per l’incertezza rispetto agli esiti di ogni elezione, di ogni voto.

Albert Hirschman

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